Una vicenda di cronaca nera del novembre 1951 – l’ennesimo “omocidio” – ci dà la misura di come l’omosessualità fosse percepita nel nostro paese nel secondo dopoguerra
Il 24 ottobre 1951 esce nelle sale cinematografiche italiane la nuova pellicola del regista Giacomo Gentilomo. Si tratta di un film biografico che racconta la giovinezza e i primi passi nel mondo della lirica del grande tenore Enrico Caruso. Il film, intitolato Enrico Caruso – Leggenda di una voce, ha un’immediato successo e in quella stagione cinematografica si comporterà benissimo al botteghino, non soltanto perché racconta vicende legate alla storia di uno dei cantanti più famosi al mondo – una vera star dell’opera, nonché gloria nazionale -, ma anche perché il cast della pellicola di Gentilomo vede protagonisti due dei giovani attori più promettenti del momento: la bellissima Gina Lollobrigida – allora ventiquattrenne – e quello che potremmo definire “il fidanzato d’Italia” per elezione, Ermanno Randi1.
(Qui la prima parte del film)
(Qui la seconda parte)
Ermanno è nato ad Arezzo il 27 aprile 1920 e il suo vero cognome è Rossi. Giovanissimo inizia a esibirsi su alcuni palcoscenici del circuito del teatro leggero come ballerino di fila, sino a quando viene notato da Anna Magnani, che lo indirizza alla compagnia di Nino Taranto, garantendogli un piccolo salto di qualità come attore di rivista.
Nel periodo del secondo conflitto mondiale presta servizio come paracadutista nella Divisione Folgore e combatte sul fronte di Cassino. Al contempo gestisce una compagnia di teatro amatoriale composta da militari.
Nel dopoguerra decide di affrontare seriamente la carriera di attore frequentando l’Accademia nazionale di arte drammatica e presto entra nel mondo del cinema prendendo parte con un ruolo minore al film Caccia tragica, esordio alla regia di Giuseppe De Santis del 1947.
Ermanno, che nel frattempo ha scelto Randi come cognome d’arte, è un bel ragazzo, dall’aspetto atletico e virile, comunica simpatia e determinazione. I rotocalchi gli dedicano moltissimo spazio e nel giro di pochi anni la sua attività cinematografica diviene intensa.
La grande occasione è nel 1950, quando viene scelto con un ruolo da protagonista accanto a Vittorio Gassman e Maria Grazia Francia nel film I fuorilegge di Aldo Vergaro, in cui interpreta, con consenso di critica e pubblico, il ruolo di un bandito siciliano.
Nell’anno successivo, il 1951, recita in ben sette pellicole, tre delle quali, purtroppo, escono postume.
Il 1° novembre 1951, infatti, rientrato a casa in via Apulia 2 nel quartiere romano di San Giovanni nelle prime ore del mattino dopo una lunga sessione di riprese in uno studio cinematografico per girare le scene finali del film Trieste mia (regia di Mario Costa, 1951), viene affrontato dal suo convivente, che dopo un violento e drammatico diverbio gli esplode contro alcuni colpi di rivoltella2.

Ermanno, ferito gravemente, riesce a uscire dall’appartamento, scendere le scale e portarsi sulla pubblica via, dove viene soccorso da uno straccivendolo che si sta recando al lavoro col suo carretto. Trasportato d’urgenza all’Ospedale San Giovanni, morirà sotto i ferri nel corso di un intervento chirurgico.


Pare che Ermanno, prima di essere caricato su un auto di passaggio per il trasferimento d’urgenza in ospedale abbia detto agli astanti: «Lassù c’è un altro ferito, andate ad aiutarlo!». Infatti anche il suo assassino, un giovane siciliano originario di Bagheria, di nome Giuseppe Maggiore, dopo aver sparato aveva tentato maldestramente di suicidarsi rivolgendo l’arma contro se stesso. Sopravvive e verrà subito accusato di omicidio intenzionale e premeditato, perché nell’appartamento la polizia trova due lettere scritte di pugno dal Maggiore, una per la famiglia di Randi, una per la polizia, in cui spiega i motivi del suo crimine.

Quello che nessuno sa e neppure sospetta è che Ermanno Randi è omosessuale e che da circa un anno vive more uxorio con il Maggiore. Il rapporto tra i due – che si sono conosciuti durante il soggiorno in Sicilia dell’attore nel corso delle riprese del film di Vergaro – è da qualche tempo entrato in crisi, soprattutto a causa delle ricorrenti scene di gelosia del Maggiore. Interrogato dalla polizia affermerà: «Non voleva più vivere con me e conduceva una vita scandalosa, sempre a spasso con altri». Nella lettera scritta alla famiglia si legge: «Ho amato vostro figlio teneramente e l’ho conosciuto assai più intimamente di voi. Volevo portarlo sulla retta via, ma non ci sono riuscito. Vi chiedo perdono».
L’omicidio Randi rimarrà per settimane sui principali giornali italiani, che pubblicheranno ogni tipo di dettaglio sull’omicidio e sul “sordido ménage” esistente tra i due uomini per sollecitare la morbosa curiosità dei lettori.
Nei giorni successivi all’omicidio, sempre sul quotidiano «L’Unità» apparirà un altro articolo, con un racconto del retroscena del crimine:
La “devozione” del Maggiore per il Randi non era disinteressata. Il danaro necessario per lo strano “ménage” lo guadagnava l’attore (…) Inoltre il Randi gli aveva promesso in “dote” un umilissimo spaccio di liquori e di vini all’ingrosso e al minuto, perché l’avvenire e la vecchiaia fosse tranquilla e serena! L’avidità di denaro, il vizio più ripugnante, la grettezza e l’ignavia si mescolavano stranamente nella coscienza dell’ex-commerciante. Egli, sfruttava spietatamente l’anormalità dell’artista e fremeva di rabbia e di paura ogni volta che vedeva il Randi perduto dietro ad altre passioncelle fugaci. Gelosia? Sì, forse. (…) Il suo amor proprio era ferito, in quei momenti, ma soprattutto era il terrore di perdere una fonte di facile lucro che lo agitava e lo spingeva a fare all’ “amico” delle scenatacce furiose. E quando il Randi gli fece capire di essere stufo di lui, quando cominciò a trascurarlo sempre più a lungo per altri e si rifiutò di fornirgli il danaro per il negozio promesso, il Maggiore divenne una belva e concepì il disegno di vendicarsi. Questa è la storia. Spetterà ora ai giudici trarre con le cifre (tanti anni, tanti mesi, tante lire di multa) una conclusione dei fatti. Ma sarà ben poca cosa. Il problema di una corruzione dilagante, che trae incentivo dallo sfacelo di strati imputriditi della nostra vacillante società.
Poi cala il silenzio, che verrà interrotto solo nel 1953, quando nel dicembre verrà celebrato il processo a Giuseppe Maggiore, reo confesso di aver ucciso il compagno attore. Il Pubblico Ministero chiede una pena di 24 anni di carcere, ma il procedimento viene condotto dalla difesa brillantemente con argomenti che hanno la capacità di attenuare la gravità della posizione processuale.
Con la sua arringa il difensore, avvocato Eugenio De Simone, è riuscito a modificare tutti sostanzialmente la situazione processuale dell’ uccisore di Randi. «Dovete concedere le attenuanti generiche a Maggiore – oggi ha detto al giudici – perché è malato di tubercolosi, non premeditò il delitto, non vi è alcuna prova della sua volontà omicida. I quattro colpi di pistola, che uccisero l’attore, vennero sparati durante una colluttazione che sorse fra i due, dopo che Randi ebbe gettato sul capo di Maggiore una coperta, rendendolo praticamente incapace di mirare o di inseguire la vittima per le stanze. Gli va accordata anche la diminuente della provocazione grave…»3.
Giuseppe Maggiore verrà condannato a 11 anni di reclusione e a 3 anni di ricovero in un luogo di cura (d’altra parte l’omosessualità è considerata a tutti gli effetti dal mondo medico una patologia psichica).
Nell’articolo del Corriere in cui abbiamo trovato le informazioni sul processo si parla ancora di Ermanno Randi come di un «popolare attore cinematografico». Ma questo status verrà presto abbandonato per strada e la vicenda di Randi andrà incontro a un originale fenomeno di rimozione totale dall’immaginario del pubblico e dalle cronache e dalle storie dell’industria del cinema italiana.
Il giovane attore ricco di speranze e di potenzialità è come se non fosse mai esistito. Ancora una volta l’idea dell’omosessualità ha determinato una doverosa e impietosa censura che ha consegnato il nome di Ermanno Randi all’oblio.
Il termine “omocidio” è un neologismo utilizzato dall’attivista Massimo Luciano Consoli e ripreso dal saggista Andrea Pini che ha dedicato a questo fenomeno un libro:
Andrea Pini, Omocidi – Gli omosessuali uccisi in Italia, Roma, Stampa Alternativa, 2002
Di Pini consigliamo anche un altro interessante saggio:
Andrea Pini, Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell’Italia di una volta, Milano, Il Saggiatore, 2011




