Moriva 35 anni fa il mattatore più audace del cinema italiano. Vi raccontiamo di quando boicottò il terzo e inutile sequel del Vizietto
Ricorre oggi il 35° anniversario della scomparsa di Ugo Tognazzi, un attore la cui grandezza è andata di pari passo con la capacità di saper provocare. Anche alla fine degli anni Settanta, giunto all’apice della propria maturità attoriale, era sempre pronto a punzecchiare i benpensanti.

Come quando accettò di farsi passare per il Grande Vecchio delle Brigate Rosse sull’ormai storica copertina del “Male”, oppure quando fece sbiancare Pippo Baudo in diretta nazionale con allusioni alla liberalizzazione delle droghe leggere. Tutto ciò avveniva nel 1979, appena dopo l’uscita nelle sale italiane di Il vizietto / La cage aux folles, la coproduzione italofrancese di cui Tognazzi era protagonista assieme a Michel Serrault.
Secondo il sentimento antiborghese dei militanti gay del periodo, il film di Édouard Molinaro non aveva niente di rivoluzionario… casomai il contrario, visto che raccontava gli screzi e i vaneggiamenti di una coppia abbiente e di mezza età, Renato Baldi e Albin Mougeotte (nome d’arte: Zazà Napoli), la quale viveva more uxorio secondo i più vieti schemi etero-normativi. In questo caso però la provocazione di Tognazzi stava nel mostrare l’assoluta normalità del sentimento di una coppia dello stesso sesso, raccontato con una finezza e un’ironia che – a mo’ di cavallo di Troia – hanno avvicinato il film persino a un pubblico di nonne e bambini (gli stessi che nello stesso periodo andavano in estasi per le variopinte Sorelle Bandiera durante i loro passaggi sul secondo canale della TV). Si calcola che in Italia il film sia stato visto da un milione e 400.000 spettatori soltanto nell’anno successivo all’uscita.
Che l’intento di Tognazzi fosse politico (ben lungi dal limitarsi a cavalcare il successo della fortunatissima commedia teatrale di Jean Poiret) lo dimostrano i suoi pubblici strali contro la United Artists. La casa di distribuzione era infatti rea di aver scelto un titolo italiano pregiudizievole e “razzista” come Il vizietto, a cui Tognazzi avrebbe preferito le seguenti alternative: Ciglia finte o – udite udite! – Uguali ma diversi.

Interrogandosi sulla bontà dell’iniziativa in un’ottica filo-gay, il mattatore cremonese aveva contattato anche il leader del Fuori! Angelo Pezzana per chiedergli l’imprimatur del movimento di liberazione omosessuale. E visto che Pezzana già all’epoca – a quattro anni dalla federazione del Fuori! al Partito Radicale – abbracciava ideali più riformisti che rivoluzionari, aveva dato un responso positivo al film, contrariamente a molti compagni di lotta.
L’interesse di Tognazzi per la valenza sociale dei propri progetti si misura anche dalla sua crescente disaffezione rispetto alla saga delle due “pazze” di Saint-Tropez. Il secondo capitolo, diretto sempre da Molinaro, si era difeso abbastanza bene al botteghino tra l’80 e l’81, anche se il messaggio progressista era passato in secondo piano rispetto a un pretestuoso intrigo in stile spy story. Ma il diabolico piano del produttore Marcello Danon di trasformare i protagonisti Albin e Renato nei corrispettivi omosessuali di Stanlio e Ollio (a loro volta già abbastanza chiacchierati) si era scontrato con l’incapacità degli autori di trovare gli spunti giusti per prolungare la saga all’infinito. In caso contrario avremmo avuto anche: …e continuavano a chiamarlo Vizietto, Zazà Napoli contro Maciste, oppure Renato & Albin sul sentiero di guerra…

Il terzo capitolo, diretto stavolta dallo specialista del poliziesco Georges Lautner, partiva dall’ozioso e vetusto presupposto che Albin dovesse garantirsi l’eredità di una zia scozzese sposandosi (ovviamente con una donna) e scodellando un figlio nel giro di un anno e mezzo. Tognazzi era insorto davanti a tanta pochezza, e persino in conferenza stampa – mentre Serraultrimaneva in silenzio, trincerato dietro una diplomatica poker face – l’Ugo Nazionale aveva accusato i ben sei sceneggiatori di Matrimonio con vizietto di aver ignorato le sue richieste di dare un minimo di consistenza al proprio personaggio.
C’è da dire che Tognazzi era già amareggiato perché negli anni Ottanta, invece di proporgli progetti nuovi e spregiudicati, al massimo gli rifilavano i sequel dei suoi maggiori successi del glorioso decennio precedente. Ma se Amici miei atto III, benché di gran lunga inferiore ai predecessori, non aveva sfigurato affatto in quanto a incassi, Matrimonio con vizietto era risultato appena il 128° incasso della stagione 1985-86 con meno di 43.000 spettatori, in un periodo del cinema italiano in cui le vacche erano già magre di loro. Ciò aveva tarpato le ali a un qualsiasi ritorno di Renato e Albin per una cerimonia che non fosse… un funerale.
Anche se il matrimonio promesso dal titolo non è che simbolico (Albin rinuncia a sposare una ragazza compiacente per intascare l’eredità, si veste da sposa e parte per una tardiva luna di miele col suo Renato) vale la pena di segnalare una singolare concomitanza temporale. Il film arriva nelle sale italiane il 21 marzo 1986, ben quattro mesi dopo l’uscita francese, e…
(Una postilla di Giorgio Umberto Bozzo)
… colpisce quella che per molti potrebbe essere una semplice coincidenza: il 1986 è anche l’anno in cui il tema dell’affettività e del riconoscimento dei legami tra persone dello stesso sesso diventa un argomento di interesse e di dibattito dentro e fuori il movimento LGBT del tempo.
Proprio nel giugno di quell’anno si tiene a Roma presso la Sala del Cenacolo di Montecitorio un convegno intitolato “Omosessualità e stato”, organizzato da Arcigay con il gruppo della Sinistra Indipendente alla Camera.
Quell’evento – di cui abbiamo parlato anche in un articolo sulla nostra pagina Substack, dedicato all’intervento del professor Giuseppe Caputo, docente di diritto canonico presso l’Università degli studi di Bologna, segna un primo confronto diretto tra il movimento LGBT e i partiti dell’arco costituzionale, chiamati e intervenuti a discutere di diritti affettivi di questa cospicua minoranza.
In seguito a quel dibattito, Franco Grillini, segretario di Arcigay, e il professor Caputo avrebbero steso la prima bozza – a onor del vero, mai trasformatasi in una concreta proposta di legge – sulle convivenze di persone omosessuali.
A questo primo tentativo di trovare una formula normativa che legittimasse socialmente queste convivenze1 sarebbe seguito nello stesso anno un progetto di legge dell’interparlamentare delle donne comuniste, grazie all’impegno della senatrice Ersilia Salvato e delle deputate Romana Bianchi e Angela Maria Bottari, che purtroppo non avrebbe trovato la strada per il dibattito parlamentare (Grillini suppone tutt’ora un affossamento preventivo da parte della componente maschile della rappresentanza comunista).
Nel 1988, su insistenza di Arcigay, Agata Alma Cappiello, avvocato e parlamentare socialista, presenta la prima proposta di legge (PdL 2340, disciplina della famiglia di fatto, 12 febbraio 1988) – mai calendarizzata – per il riconoscimento delle convivenze, riportando la dicitura “tra persone”, prescindendo dunque dal sesso e dall’identità di genere. Negli anni a seguire, saranno presentate altre proposte da vari esponenti dei partiti di sinistra, ma il vero salto di qualità nel dibattito parlamentare avverrà solo nel 2007 durante il II Governo Prodi, quando, dando seguito a una delle promesse elettorali, gli staff delle ministre Barbara Pollastrini (Pari opportunità) e Rosy Bindi (Famiglia) scrivono la proposta di Legge conosciuta come DICO (DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi), presentata al Parlamento l’8 febbraio 2007.
È proprio per contrastare questa misura legislativa che il 12 maggio 2007 viene organizzato a Roma da una lista di sigle del mondo cattolico più tradizionalista il primo Family Day.
Purtroppo l’iter legislativo si conclude con la caduta del governo Prodi e il rinvio a nuove elezioni.
Dovranno passare ancora nove lunghi anni perché l’Italia, nel corso del Governo Renzi, riesca a dotarsi di una legge – che ad alcuni ancora appare come monca – per regolare le unioni civili e le convivenze di fatto: stiamo parlando della cosiddetta Legge Cirinnà, dal nome della relatrice (Legge del 20 maggio 2016, n. 76 pubblicata in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 118, il 21 maggio 2016, approvata al Senato il 25 febbraio 2016 e alla Camera l’11 maggio 2016).
- È opportuno ricordare che su questo argomento si era già dibattuto nel corso del convegno nazionale del Fuori! tenutosi a Bologna il 26 e 27 gennaio 1980, con il titolo “La politica del Fuori negli anni ‘80”, In quella occasione, all’ordine del giorno vi erano alcune parole d’ordine ricavate dall’esperienza dei paesi sessualmente avanzati: no alle speculazioni teoriche e sì alle iniziative pratiche, al confronto con le istituzioni, alla imprenditorialità gay. In questo convegno si parla anche per la prima volta di convivenze omosessuali, una discussione che già era stata iniziata sulla rivista. ↩︎












