Due milioni di Marie Schneider

Un fatto di cronaca in cui è coinvolta la protagonista femminile di “Ultimo tango a Parigi” accende l’interesse dei media italiani nei confronti del lesbismo

Il 4 marzo 1975 esce sul quotidiano «Corriere d’Informazione» – testata pomeridiana legata al «Corriere della Sera» – un’intera pagina dedicata all’omosessualità femminile in Italia.

Il titolo – non elegantissimo – è Due milioni di Marie Schneider

Il sommario: 

Tante sono nel nostro Paese, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le donne che si amano tra loro. Esattamente il doppio degli uomini. La cifra sembra impressionante. Vizio, malattia o normalità? Parlano le dirette interessate, lo psicanalista e il teologo.

Abbiamo avuto spesso occasione di osservare come l’omosessualità femminile – a differenza di quella maschile – sia stata a lungo quasi del tutto assentedalle pagine dei giornali e delle riviste italiani nel corso di tutto il secondo dopoguerra: ad essa vengono concessi saltuariamente veloci e impacciati accenni, senza alcun tipo di particolare approfondimento.

D’altra parte è pur vero che, a differenza di quella maschile, l’omosessualità femminile non è agita in ambienti aperti, non prevede un circuito di luoghi di battuage, non è quasi mai all’origine di scandali e scabrose vicende maturati negli “squallidi ambienti del vizio”, come capita agli invertiti (il quasi è necessario perché, in verità, ci siamo imbattuti in alcuni sporadici fatti di cronaca nera in cui sono coinvolte delle donne lesbiche). 

Come raccontato nel primo volume di Le Radici dell’Orgoglio (Capitolo settimo – Emersioni, paragrafo 2 – L’esplosione mondana dell’omosessualità femminile) solo verso la fine degli anni Sessanta l’idea del lesbismo – e una sua declinazione in immagini – approda sulle pagine patinate delle riviste erotiche e nella pellicole cinematografiche più audaci a mero ed esclusivo beneficio, però, dell’immaginario del maschio italiano: la lesbica è, né più né meno, una proiezione delle fantasie sessuali maschili.

All’inizio degli anni Settanta, con la nascita del primo movimento di liberazione omosessuale, qualcosa inizia a cambiare: il debutto pubblico del FUORI (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano), la pubblicazione della sua rivista, la contestazione del Congresso di sessuologia di Sanremo nell’aprile del 1972 costringono la stampa italiana a confrontarsi con frequenza e modalità nuove con il fenomeno dell’omosessualità e, se è vero che la militanza dei primi tempi era più marcatamente maschile, è anche vero che all’interno del movimento iniziano ad esservi figure femminili che con la loro visibilità e l’impegno – si pensi alla coraggiosa Mariasilvia Spolato o alle donne della redazione di «Fuori!» – quanto meno “marcano il territorio”. 

Ma se per il comparto maschile non mancano figure pubbliche che declinano l’idea dell’omosessualità – Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini in primis, ma anche il giovane attore Paolo Poli, così come l’estroverso scittore-pittore-protagonista delle notti romane Giò Stajano -, sul fronte femminile mancano riferimenti certi e dotati di notorietà.

È la giovane attrice Maria Schneider ad assumersi il compito di infrangere quest’invisibilità quando diventa protagonista di una vicenda che per settimane avrebbe riempito le cronache dei giornali.

La ventunenne francese, diventata una vera star mondiale grazie alla sua interpretazione nello scandaloso film di Bernardo Bertolucci Ultimo tango a Pariginel febbraio del 1975 abita in via Velabro a Roma, dove sta girando Baby Sitter – Un maledetto pasticcio, un film del regista René Clément prodotto da Carlo Ponti.

Il 15 febbraio Schneider si presenta all’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà chiedendo di essere ricoverata. Il primo tentativo va a vuoto, ma Maria non demorde: dopo un consulto con un avvocato si ripresenta all’ingresso dicendo: «Ho il diritto di essere matta a norma dell’articolo quattro. Chiedo il ricovero volontario»1.

Perché questa richiesta? Schneider il giorno prima, dopo una scenata di gelosia molto accesa, aveva dato il benservito alla fidanzata, la fotografa americana Joan Patrice Townsend, erede della famiglia proprietaria della società di autonoleggio AVIS. La Townsend, in evidente stato confusionale, dopo il diverbio si reca all’aeroporto di Fiumicino, dove «si produce in una serie di stranezze sino a che non viene notata dagli agenti che la bloccano e l’accompagnano dal medico»2.

La diagnosi è “stato di agitazione psicomotoria pericolosa a sé e agli altri” e viene chiesto il ricovero.

Nel corso della visita la ragazza «vaneggia, se la prende con Bertolucci, con il pittore Schifano, con vari personaggi del cinema e della mondanità, ma soprattutto con Maria Schneider, della quale si confessa l’amante»3.

La fotografa dà il numero di telefono di Schneider agli agenti perplessi che chiamano e la trovano in casa. «Qui c’è una certa Joan per lei». «Vengo subito».

L’attrice, dribblando gli uomini della produzione che l’attendono sotto casa per portarla sul set, prende al volo un taxi e si reca all’aeroporto, scoprendo che l’amica è già stata trasferita all’ospedale psichiatrico, al quale, come detto, si presenta per essere ricongiunta all’amica del cuore.

Maria Schneider e Joan Townsend fotografate attraverso le sbarre dell’ospedale psichiatrico romano

Scrive Giuseppe Di Dio su «Il Messaggero»:

Ora la sexy storia cambia scenario: dal bivacco mondano al margine dei set o degli incroci internazionali si è trasferita nelle corsie di un manicomio. Maria e Joan si sono riunite. Clamoroso è il modo e il posto. Dove sono, come stanno? Occupano due lettini contigui nella corsia donne, padiglione primo, al Santa Maria della Pietà. Stanno benissimo, sono felici, unicamente ostacolate dalle suore che si accaniscono, ogni volta che Maria e Joan tentano di “avvicinarsi” troppo, a intervenire per ristabilire l’ordine4.

Il caso dell’attrice francese colpisce molto l’opinione pubblica, anche perché sono moltissime le fotografie che vengono pubblicate per settimane su quotidiani e rotocalchi delle due donne assieme (un fotografo riesce persino ad entrare all’interno della struttura e a immortalare le due che si baciano appassionatamente nella camera che condividono).

Questo è il motivo per cui poche settimane dopo il «Corriere d’Informazione» titola a piena pagina Due milioni di Marie Schneider la sua inchiesta sull’omosessualità femminile: il caso, infatti, è ancora sulla bocca di molti.

Ma, a dire il vero, non è Maria la prima a far parlare di sé come donna lesbica(a lei, come detto, va riconosciuto di averlo fatto con una vicenda così clamorosa).

Perché se si scende in basso nella pagina del quotidiano milanese troviamo questa foto:

Florinda Bolkan, attrice brasiliana considerata nel corso degli anni Settanta una delle donne più belle al mondo, come viene ricordato nella didascalia, l’anno precedente, nel corso di un’intervista concessa al settimanale «Annabella», ha ammesso la propria omosessualità dicendo: «Al legame con un uomo “gorilla” preferisco l’amore per una donna. Trovo che il rapporto omosessuale sia perfettamente normale».

Wow, questo è quanto viene dichiarato da un’attrice di grande successo e in piena carriera nel 1974!

Tornando all’articolo del «Corriere d’Informazione», possiamo dire che ha elementi interessanti da presentare ai propri lettori, come, ad esempio, una breve intervista a Stefania Sala del Fuori Donna e redattrice sin dagli esordi della rivista del movimento «Fuori!», che nel 1974 aveva dedicato un’intero numero autogestito alle donne.

Ne riprendiamo un estratto:

Un primo aspetto del problema che è interessante analizzare è quello medico. L’omosessuale, uomo o donna, è una persona normale oppure è un individuo da curare alla stregua di un nevrotico o di qualsiasi altro ammalato?

Questo è un modo assolutamente sbagliato di porre il problema – dice Stefania Sala -. Nego che l’omosessualità sia una malattia o una condizione di anormalità. E un modo di gestire la propria sessualità identico a quello degli eterosessuali. Che poi alla società faccia comodo bollare certi individui dicendo che si tratta di una malattia, di una perversione o di altro ancora, è un altro fatto5.

Meno entusiasmante nei contenuti è l’intervista che il giornalista Cosimo Mezzano realizza con lo psicoanalista forse più famoso di quegli anni, Cesare Musatti, allora già settantacinquenne:

Professore, l’omosessualità femminile è o non è una malattia?

La medicina ci insegna che malattia è carenza di funzioni. Il fegato interessa il medico quando non funziona o funziona in modo imperfetto. Un essere umano è malato sessualmente, e quindi ci interessa, quando non si muove secondo l’identità sessuale propria della sua anatomia. Sigmund Freud nella sua “Analisi terminabile e interminabile” osserva che nel periodo prepuberale tutti, maschi e femmine, hanno istinti sessuali misti, indefiniti. Più tardi lentamente, assai lentamente, è possibile abbozzare una prima classificazione in tre grandi categorie: gli omosessuali, gli eterosessuali e i così detti ambidestri. Per quanto riguarda gli omosessuali, una delle cause principali della loro condizione, secondo Freud, sono le nevrosi infantili. Detto questo, mi pare interessante fare alcune piccole osservazioni di carattere generale, soprattutto a proposito dell’omosessualità femminile. Intanto si vede assai poco, malto meno di quella maschile. Mi spiego. È difficile individuare una coppia di lesbiche per esempio in due signorine, più o meno anziane, che vivono insieme e fra le quali si stabilisce un legame sentimentale assai saldo. Chi si sente di definirle lesbiche? Loro stesse forse non sanno di esserlo. Nei rapporti fra donne esiste tutta una fascia di com-portamenti, esistono tali e tante forme di sublimazione della tendenza omosessuale femminile che spesso rendono difficile individuare quella che ingiustamente da molti è ritenuta una verità infamante. Nei collegi religiosi femminili la percentuale di episodi omosessuali è altissima. Ed è comprensibile del resto, dal momento che spesso il maschio viene presentato in una luce di peccato.

Lei ritiene, comunque, professor Musatti, che l’omosessualità sia una malattia, una condizione di anormalità?

Certamente. Una malattia e non una condizione della quale ci si debba vergognare. È fondamentale capire che non si sceglie di essere omosessuali, quindi non lo si è “per vizio”, come vuole una convinzione assai radicata. La società lo sta finalmente capendo, percio è diventata più tollerante. Questo non significa pero che l’omosessualità sia meglio o uguale all’eterosessualità. Le finalità della natura non possono essere trascurate. D’altro canto, ripeto, non è una colpa6.

E pensare che già il 15 dicembre del 1973 l’American Psychiatric Association’s Board of Trustees aveva votato per la rimozione dell’omosessualità come malattia dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders).

  1. Giuseppe Di Dio, «Sono una matta anch’io» e si fa ricoverare accanto alla sua amica, su «Il Messaggero» del 16 febbraio 1975, pag. 7. ↩︎
  2. Ibidem. ↩︎
  3. Ibidem. ↩︎
  4. Ibidem. ↩︎
  5. Cosimo Mezzano, Due milioni di Marie Schneider, su «Corriere d’Informazione» del 4 marzo 1975, pag. 5. ↩︎
  6. Ibidem. ↩︎

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