Le false radici della condanna

Comunicato Arci-Gay

Un prezioso intervento del professore Giuseppe Caputo a un convegno del 1986 offre ancora solide argomentazioni per ribattere con efficacia al bigottismo dei gruppi anti-gender dei giorni nostri

In quella circostanza, uno degli invitati a tenere un intervento è il professor Giuseppe Caputo, ordinario di diritto canonico presso l’Università di Bologna.

Caputo, nello stesso anno, avrebbe scritto assieme a Franco Grillini la prima proposta di legge sulle convivenze di persone omosessuali, purtroppo, mai arrivata in Parlamento.

Riproponiamo questo intervento per la sorprendente efficacia della ricostruzione storica e giuridica delle circostanze e delle motivazioni che hanno portato la Chiesa alla condanna dell’omosessualità, di cui Caputo svela l’inconsistenza e la pretestuosità.


L’amico Stefano Rodotà ricorderà certo che circa trent’anni fa – mi pare sulla rivista «Ulisse» – comparve un articolo di uno dei miei Maestri, Pietro Agostino d’Avack, che recava il titolo L’omosessualità nel diritto canonico.

Quell’articolo era, a suo modo, un articolo coraggioso, per certi versi sorprendente, perché la tendenza di fondo della nostra cultura prima, durante e dopo il fascismo, era di non parlare dell’omosessualità.

Era una tendenza radicata che veniva di lontano (se è vero che già i giuristi del XVI secolo chiamavano l’omosessualità il vizio “muto”: “muto” nel senso che essa è un “vizio” del quale non bisogna parlare, un “vizio” del quale così indicibile è l’orrore che al solo sentirlo nominare gli angeli girano corrucciati il volto, i sassi tremano, il sole s’oscura, l’aria rabbrividisce).

Entro quel quadro di riferimento culturale, l’articolo di d’Avack, che pure era povera cosa perché si riduceva ad un elenco interminabile di pene e censure draconiane applicate nei secoli contro l’omosessualità, era un articolo importante e coraggioso: se non altro perché la barocca truculenza della legislazione dei secoli passati che veniva evocata lasciava intendere che la soluzione al problema non poteva più rinvenirsi in una cultura del silenzio.

lo mi sono ricordato di quell’articolo perché il caso ha voluto che mi fosse proposto il medesimo titolo o almeno il medesimo argomento per la mia relazione in questo convegno: e mi è parsa quasi un’ironia della storia che io, più di trent’anni dopo, dovessi tornare, sebbene in uno spirito diverso, sui passi perduti di quel mio antico Maestro.

Più ancora mi è parso che, per quanto riguarda la nostra povera Italia, la condizione dell’omosessuale non sia poi così profondamente diversa oggi da quella che era negli anni ’50. Certo molto si è fatto o si è cercato di fare e la fine dell’isolamento culturale imposto dal fascismo, l’inevitabile apertura alle esperienze di altri Paesi (penso soprattutto alla mia diletta Olanda, ma anche ad altri Paesi europei come la Germania, la Francia, oggi persino la Spagna) hanno consentito di importare altri modelli di comportamento, altri giudizi di valore.

Ma il nocciolo duro della nostra cultura popolare resta ancora (ahimè!) il cattolicesimo nella sua versione controriformistica, e lo stesso sforzo di “aggiornamento” del Concilio Vaticano II sembra esser scivolato via troppe volte come l’acqua labile sopra un vetro. Gli “altri”, entro quella cultura di matrice cattolica, restano sempre i “diversi”, da esorcizzare e da emarginare, siano essi “diversi” sul piano religioso o siano essi “diversi” sul piano dei comportamenti sessuali.

Mi spiegherò con un esempio, che attiene alle relazioni fra Chiesa (meglio, mondo cattolico) e realtà religiose differenti di ispirazione cristiana. Il Concilio, in uno sforzo di “aggiornamento” persino linguistico, aveva proposto di chiamare le comunità cristiane d’Occidente separate da Roma “comunità ecclesiali”: oggi un rinnovato e pervicace integralismo cattolico ripropone, in spregio al Concilio, la vieta denominazione di “sette” protestanti, facendo risorgere i fantasmi dell’intolleranza religiosa del passato.

Mi consenta l’amico Dall’Orto di dissentire sulla differenza, che egli ha creduto di poter istituire, fra Paesi di matrice cattolica e Paesi di matrice protestante: io il suo giudizio, puramente e semplicemente, lo capovolgerei.

Ho la ventura di aver vissuto negli ultimi anni una gran parte dell’anno a Bologna (che è stata la seconda “capitale”, dopo Roma, dello Stato Pontificio, la seconda città in importanza, che ha dato grandi Pontefici, grandi teologi, grandi canonisti) e una gran parte dell’anno a San Francisco.

Posso confermare che tutte le cose aspre ed amare che sono state dette da Dall’Orto sulla realtà americana sono verissime: ma non vanno dimenticate le grandi manifestazioni per i diritti civili, come quelle che videro sfilare fino a trecentomila persone per i diritti dei gay a San Francisco: e non solo non vanno dimenticate, vanno spiegate nella loro genesi.

Tanta è stata la forza dei movimenti per i diritti civili in America (una forza neppur lontanamente comparabile con gli stentati balbettii dei movimenti per i diritti civili nei Paesi di tradizione cattolica) che ad essa si è sciaguratamente risposto col terrorismo psicologico sull’A.I.D.S.: spostando sul piano dell’emergenza sanitaria la frontiera del pregiudizio che era diventata oramai, sul piano culturale, un avamposto intenibile.

Persino la giurisprudenza, persino l’amministrazione cominciavano ormai a riconoscere alcuni elementari diritti: potrei ricordare una sentenza di un giudice di New York che nel 1984 riconosceva, in materia di locazioni, diritti delle convivenze omosessuali; così come potrei ricordare il fatto che vana era stata la barbara uccisione del sindaco di San Francisco George Moscone perché la sua politica era continuata, sino alla nomina di una lesbica a giudice della Corte suprema della California.

Tutte queste cose non si spiegano senza il background della tradizione spirituale del protestantesimo, che comporta l’abitudine all’esame di coscienza, ad un aspro e continuo interrogarsi sulle ragioni ultime della propria esistenza.

Certo: non ignoro che il protestantesimo può portare, sulla via dell’esame di coscienza, a soluzioni opposte, ed ancor più temibili: e so bene che i fondamentalisti americani potranno ottenere grandi vittorie, magari anche alla Corte Suprema, utilizzando lo spettro dell’A.I.D.S.

Ma consentitemi di sperare, mi consenta Dall’Orto di sperare, che – per dirla con Bernanos – questa notte oscura passerà e il sole della libertà tornerà a risplendere.

Val la pena, allora, di interrogarsi, anche in un convegno su “Omosessuali e Stato”, sulla posizione della Chiesa – o se preferite delle Chiese – sul fenomeno omosessuale: perché dietro lo Stato si disegna la società civile e – come ci ha insegnato Gramsci – la Chiesa è un pezzo di società civile, «una società civile nella società civile».

Val la pena, per cominciare, di ricongiungersi al vecchio articolo di d’Avack che ho citato all’inizio ma per prenderne le distanze, per tentare un bilancio diverso.

D’Avack, muovendo da quella che crocianamente definirei una “storiografia senza problema storico”, si limitava a snocciolare un elenco di canoni e di decretali pontificie, di censure e di sanzioni che solo disvelavano, nel loro complesso imponente, l’ottusa e cieca terribilità del potere.

Oggi è forse possibile fare un primo passo avanti, porsi qualche concreta domanda, tentare qualche risposta, pur provvisoria e parziale.

E la prima domanda, la domanda delle domande che affiora alla nostra mente è come mai si giustifichi e si sostenga l’intolleranza della Chiesa (perché no? talora delle Chiese) nei confronti dell’omosessualità, ma anche delle persone omosessuali.

C’è, al fondo di quest’atteggiamento di persistente, di mai smentita intolleranza, un’animosità che si radica in una cultura transeunte o una posizione non modificabile, ma solo suscettibile di esser addolcita dalla carità, perché si radica in una norma di diritto divino, in una presunta o reale volontà del Signore?

Per rispondere a quella domanda occorre andare alla radice delle cose: e la radice delle cose è, nell’ordine di un discorso sui valori ultimi del cristianesimo, nel nome di Gesù.

Qual è l’atteggiamento di Gesù nei confronti dell’omosessualità?

La risposta è semplice quanto sconvolgente: l’atteggiamento di Gesù è un totale, radicale silenzio.

Ora questo silenzio non può non avere – specie per chi sia credente – una specifica pregnanza ermeneutica.

Il silenzio di Gesù si colloca nella linea che è stata propria della cultura controriformistica di non parlare dell’omosessualità perché per l’orrore che essa suscita deve restare il “vizio muto”? Oppure esso si colloca in una linea di riflessione completamente altra ed alternativa?

La risposta ci viene, paradossalmente, da un episodio dei Vangeli, che pure si riferisce a temi di etica sessuale, ma che non contempla direttamente l’omosessualità: l’episodio di Gesù e l’adultera.

I farisei conducono, secondo il racconto evangelico, a Gesù una donna adultera per chiedergli se debba essere lapidata. Gesù, imperturbabile, continua a scrivere i suoi indecifrabili geroglifici sulla sabbia e neppure leva lo sguardo per guardare in viso la donna adultera.

Uno studioso laico, Benedetto Croce, ha dato una lettura stupenda di questo silenzio sublime di Gesù, del suo non levare il volto e continuare a scrivere sulla sabbia: Gesù non vuole ferire nemmeno con uno sguardo la donna adultera perché sa che il mistero delle coscienze è il segreto inviolabile di Dio.

Il silenzio di Gesù, allora, in questo come in altri ambiti dell’etica sessuale, si ricollega ad una linea che definirei la linea del pudore.

La parola pudore va intesa qui nel suo senso più profondo: come il rispetto di ciò che vi è di più segreto e di più sacro nell’individualità umana.

«Nessuno ti ha giudicata – dice alla fine Gesù alla donna adultera – e neppure io ti giudicherò».

Ma va pur ricordato che per quanto attiene allo specifico dell’omosessualità Gesù, almeno indirettamente, va oltre la prospettiva del silenzio e del pudore.

Gesù parla, in un passo del Vangelo, di Sodoma come oggetto di giudizio. Rivolgendosi ai suoi discepoli Gesù dice: «Quando vi recherete in una città e non vi riceveranno, allontanatevi e scuotetevi la polvere dai piedi: perché io vi dico che nel giorno dell’ira vi sarà più misericordioso giudizio per Sodoma che per quella città».

Questo improvviso richiamo a Sodoma non è casuale, ma si colloca entro una precisa tradizione ermeneutica relativa all’episodio di Sodoma, e ad una tradizione ermeneutica non marginale perché è in essa che si colloca l’insegnamento dei profeti.

La lettura corrente vuole che Sodoma sarebbe stata distrutta da Dio con una pioggia di zolfo e di fuoco perché i suoi abitanti si sarebbero resi colpevoli, nei confronti degli angeli visitatori, di un peccato di sodomia.

Ma per i profeti altro era stato il peccato di Sodoma: il peccato di inospitalità che faceva tutt’uno con la violenza e con l’ingiustizia.

Gesù mostra di essere legato non alla lettura più corrente, ma alla lettura più corretta: quella dei profeti. Il peccato, il peccato imperdonabile di Sodoma è stata l’inospitalità materiale. Ma questo peccato è prefigurazione e simbolo di altro e più grave peccato: l’inospitalità spirituale, il rifiuto della parola di salvezza offerta dai discepoli nel nome di Gesù.

Questa la linea dei Vangeli canonici che ancor più si radicalizza nei Vangeli gnostici, i quali addirittura insistono sulla compresenza, nel mistero della vita divina, di entrambe le polarità, quella maschile, ma al contempo anche quella femminile.

Sono, certo, i Vangeli gnostici, ai margini dell’esperienza della Chiesa ufficiale: ma pure sono testimonianze antichissime, a volte persino più antiche di quelle dei Vangeli canonici, della temperie spirituale del cristianesimo primitivo.

Come mai allora, a far tempo da una certa data, la situazione nella Chiesa si capovolge e l’atteggiamento di carità di Gesù si trasforma in un’irremissibile condanna?

Vi è, innanzitutto, la svolta impressa all’etica cristiana dal grande insegnamento di Paolo di Tarso, che è un insegnamento imbevuto bensì della grande lezione del cristianesimo, ma che serba ancora forti le tracce della filosofia greca in cui Paolo si era formato: ed in particolare dello stoicismo e della sua condanna delle passioni. Se la più ignobile fra le passioni è l’omosessualità, questa deve essere irremissibilmente giudicata e condannata.

C’è solo da osservare che è qui la filosofia greca, la cultura pagana che parla e propone ed impone un inesorabile giudizio e non il sublime rispetto delle persone di Gesù che assai più che alla consistenza oggettiva del peccato si volge al mistero del cuore dei peccatori.

E vi è poi una seconda svolta – questa ancora più importante e decisiva per le sue temibili e terribili conseguenze pratiche – imposta dalla legislazione romana di età imperiale, e in particolare dalla legislazione di Giustiniano.

Alla radice di quella legislazione non vi era stato un alto impulso etico, ma un banale istinto di autodifesa.

A Costantinopoli c’erano stati dei terremoti e delle pestilenze, e la popolazione ne attribuiva la colpa ai peccati ed alle dissolutezze dell’entourage imperiale. Giustiniano aveva allora pensato di trovare – come già aveva fatto Nerone coi cristiani – dei capri espiatori: ed aveva individuato negli omosessuali l’oggetto su cui deviare la passione popolare.

In due famigerate costituzioni Giustiniano aveva sancito la pena di morte per gli omosessuali e, naturalmente, stando alla lettura corrente dell’episodio di Sodoma, la pena di morte irrogata attraverso il fuoco.

Quelle costituzioni di Giustiniano erano rimaste praticamente silenti per un lungo ordine di secoli, né la Chiesa ne aveva fatto gran conto.

Un giovane studioso americano, John Boswell, ha giustamente ricordato come nell’Alto Medioevo vi fossero vescovi e uomini di Chiesa – e alcuni di loro poi persino canonizzati – che hanno lasciato testimonianze di poesie d’amore d’ispirazione omosessuale e come vana fosse stata l’accusa di omosessualità mossa dal canonista Ivo di Chartres per cercare di impedire la nomina di un candidato al soglio episcopale di un’importante diocesi di Francia.

Certo le condanne formali erano sempre ribadite, ma, come ha ricordato lo stesso Boswell, la Chiesa non poteva non tener conto, nel fatto, sia pure in ragione d’una mera tolerantia d’opportunità, di modi di comportamento troppo largamente diffusi in una società ove forte era l’influenza per un verso del costume arabo e per un altro verso del costume germanico.

Le cose erano destinate a cambiare per effetto di un fatto nuovo: la nascita dell’Università di Bologna. Qui i giuristi riscoprono il diritto romano e in particolare il diritto giustinianeo. A quel diritto, nell’entusiasmo della riscoperta, i giuristi bolognesi prestano un omaggio quasi feticistico sicché le improvvide leggi di Giustiniano diventano addirittura le sacratissimae leges.

Tra quelle leggi vi sono le due costituzioni di Giustiniano che prevedono la pena di morte per fuoco per gli omosessuali. Grazie all’influenza dei dottori bolognesi la norma che prevede la pena di morte entra nello Statuto di Bologna, poi in quello di Siena e poi via via in tutti gli altri Statuti. I roghi si accendono in Europa.

Ma a questo punto si crea un effetto moltiplicatore perverso: giacché le leggi civili prevedono la pena di monte per gli omosessuali le stesse leggi della Chiesa rinnovano e rinvigoriscono le condanne.

Di più: qualcuno pensa di potersi servire delle pene previste dalla legislazione civile per combattere l’eresia, in particolare l’eresia catara.

I catari, in ossequio ad un ideale di assoluta purezza, erano ostili al matrimonio. I loro avversari, dimentichi forse delle grandi esperienze eremitiche dei primi secoli, maliziosamente ne deducono un corollario denigratorio: se essi sono contrari al matrimonio è certo perché sono omosessuali.

L’accusa di catarismo diventa, allora, convertibile con quella di omosessualità.

Ve ne è una traccia persino nel linguaggio: poiché si suppone che l’eresia catara abbia avuto origine in Bulgaria, gli omosessuali sono detti in francese bougres, in inglese buggers.

Questi eretici e insieme eversori dell’ordine morale naturale vanno puniti col fuoco: di qui l’altro appellativo inglese faggots (fascine) che è contrazione dell’endiadi fire and faggots (fuoco e fascine), chiaramente allusiva ai roghi.

Col Rinascimento la situazione si aggrava ulteriormente: la Chiesa ha timore dell’edonismo rinascimentale, del ritorno ai modelli della paideia greca che l’omosessualità può sottendere. I Pontefici (Leone X, Pio V) accumulano costituzioni su costituzioni: perché, come recita la costituzione Horrendum scelus di Pio V (l’autore del Catechismo tridentino), coloro che non sono scoraggiati dal fare il male dal timore delle sanzioni spirituali siano almeno trattenuti dalla paura delle pene temporali.

I giuristi – tolte alcune eccezioni – amplificano il discorso repressivo dei Pontefici.

Persino le più elementari garanzie processuali vengono erose sino al punto da sconvolgere tutti i principi in materia probatoria: il delitto semplicemente tentato viene parificato al delitto consumato (sicché anche uno sguardo “invitante” può essere sufficiente per una condanna al rogo); la stessa resistenza del sospettato alla tortura lo esime dalla pena del rogo, ma non esclude che egli possa esser mandato a remare tutta la vita su una galea.

Nascono allora quegli orrori e quelle storture che, di orrore in orrore, condurranno l’Europa sino all’estremo orrore dei campi di concentramento.

Bisognerà attendere il Concilio perché la Chiesa cominci ad intendere l’inganno nel quale è caduta, perché essa cominci a smagarsi e ad interrogarsi sulla distanza dei modelli troppo supinamente recepiti nel corso dei secoli dalla carità della Chiesa delle origini.

L’esame di coscienza è cominciato nelle Chiese nazionali: la Chiesa d’Olanda, la Chiesa di Francia, la Chiesa degli Stati Uniti d’America.

L’autorità ecclesiastica centrale risponde allo spirito inquieto d’indagine morale d’una cristianità in ricerca ribadendo le vecchie interdizioni. Ma si ha la sensazione che si tratti di condanne provvisorie, legate alla contingenza, alle vittorie effimere della moral majority reaganiana.

Le domande di fondo sono altre e vengono dalla diocesi di Utrecht, come da quella di San Francisco.

I biblisti lavorano a rivedere le letture tradizionali dei passi contestati della Genesi o del Levitico giungendo spesso a risultati sorprendenti.

Vi è poi un documento elaborato dalla diocesi di San Francisco in cui si giunge a contestare che il comportamento omosessuale sia “contro natura”, perché comportamento omosessuale e comportamento eterosessuale sono “ugualmente naturali”.

I documenti di condanna dell’autorità centrale vengono così svuotati dei loro supporti biblici e teologici, e sembrano gusci vuoti lasciati a riva dalle onde del mare.

Piuttosto, la riflessione cristiana dovrebbe andare o cercare di andare ancora più a fondo: la stessa equiparazione emersa nel lavoro dei teologi della diocesi di San Francisco tra comportamento omosessuale e comportamento eterosessuale come equally natural, che pure rappresenta il massimo momento di apertura e il punto più avanzato del processo di revisione, deve essere trascesa, giacché essa ancora include, sia pure in positivo, il concetto tomistico di natura.

Ma nell’orizzonte cristiano l’uomo non è “natura”, ma “creatura”. E l’incontro dello Spirito e della sua Grazia non è con un’astratta natura, ma con una concreta creatura: anzi con le infinite creature che tutte recano l’indistruttibile sigillo della loro diversità, della loro irripetibile individualità.

In questa prospettiva la sessualità non è un pezzo rescindibile della persona (come una vite in una macchina artificiale), ma è, come è stato correttamente ricordato dal cardinale Alfrink in Concilio, tutta la persona.

Ma se è così – ci chiediamo – negare l’identità sessuale di una persona non è negare tutta la persona?

lo sono la mia sessualità non solo quando esercito la sessualità in senso specifico, ma quando leggo, quando scrivo, quando cammino.

Negare questo è negare non una parte, ma la mia personalità tutta intera, mettendo in moto un meccanismo che è analogo alla tortura: meglio, a quel particolare tipo di tortura che è la deprivazione sensoriale praticata nelle carceri speciali.

Un mondo senza colori è un mondo invivibile: certo per chi viene privato della visione dei colori, ma anche – e mi auguro che un giorno lo si capisca – per tutti coloro che, ergendosi a paladini di un’astratta “natura” negano i diritti delle “creature”, i diritti imprescrittibili all’identità di tutti i figli di Dio.

In questa direzione, del rispetto del diritto alla diversità degli individui, la cultura cristiana e la cultura laica potrebbero incontrarsi, superando un divario che non giova a nessuno.

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