La candida malizia di Franco Caracciolo

Moriva 33 anni fa Franco Caracciolo, il gay per eccellenza del cinema italiano. Pino Pellegrino ci racconta la sua inesauribile vocazione alla parodia che non risparmiava niente e nessuno

Giocoso, estroverso, allupato, stravagante, impulsivo, inverecondo, affettuoso. In una parola, estremo. Con questi aggettivi potremmo definire i molteplici personaggi gay che Franco Caracciolo (classe 1944) ha interpretato nel corso di una carriera cinematografica partita col botto – nientemeno che con 8 ½ di Federico Fellini e con I mostri di Dino Risi nel 1963, in due parti da efebico fraticello – e spentasi nei rivoli dell’agonizzante cinema italiano dei primi anni Novanta.

La sua ultima apparizione, tanto spettrale quanto marginale, è stata nel cinepanettone Vacanze di Natale ’91 di Enrico Oldoini, realizzato appena un anno prima della sua morte prematura avvenuta per AIDS il 3 novembre 1992, esattamente 33 anni fa. 

Un’apparizione che non rende giustizia né alle caratterizzazioni né al carattere dello stesso Caracciolo, che – stando a tutte le testimonianze che abbiamo raccolto nel corso degli anni – non doveva essere poi tanto diverso da quello del suo personaggio medio.

A dispetto del suo casato aristocratico (Caracciolo era principe, il suo albero genealogico è stato riportato persino su Wikipedia – partendo dal 976 dopo Cristo – da un anonimo esperto di araldica), il Nostro non si è mai preso sul serio, offrendosi a volte anche per caratterizzazioni che è eufemistico definire politicamente scorrette. Quando nel documentario Ne avete di finocchi in casa? abbiamo chiesto alla storica attivista romana Alba Montori perché il suo amico si prestasse a fare il gioco di un’industria cinematografica sciovinista come quella italiana degli anni Settanta e Ottanta, la risposta è stata suppergiù che Caracciolo non faceva altro che mostrare se stesso con la grazia e la faccia tosta che lo rendevano al tempo stesso amabile e temibile.

Il ruolo più emblematico in questo senso è stato quello nel buffo Più bello di così si muore (1982, Pasquale Festa Campanile) a fianco di Enrico Montesano. Qui interpreta Marcella, un “travestito” dedito alla prostituzione che ottimizza il tempo in cella… tenendosi in esercizio. La parte gli è stata procacciata dall’agente Pino Pellegrino, amico e complice dai tempi dei suoi spettacoli all’Alibi di Roma. Ed è lo stesso Pellegrino a raccontarci la routine comica di Caracciolo, pronta ad esprimersi in qualsiasi contesto – dai salotti della Roma bene alle televisioni private della provincia profonda – all’insegna del camp più disinibito.

Franco Caracciolo nel ruolo di Ragazza Coccodè (a destra) insieme a Nino Frassica (a sinistra)

Ma l’apice della popolarità di Caracciolo coincide col periodo in cui il cinema aveva cominciato a chiamarlo meno, inducendolo quindi a una parentesi nel porno a cui risale la sua amicizia con Rocco Siffredi (Caracciolo è incarnato da Mario Pirrello nella recentissima serie Supersex con Alessandro Borghi, dedicata alla vita del pornodivo per antonomasia). Il massimo claim to fame di Caracciolo – dicevamo – è quello di essere stato l’unico maschietto nel corpo di ballo delle “Ragazze Coccodè” nella trasmissione di Rai 2 Indietro tutta! (1987-88), concepita dal conduttore Renzo Arbore e da Ugo Porcelli.

Anche questa partecipazione è sintomatica del carattere dell’indomito Franco: prendendo parte a questa parodia delle “donne oggetto” che imperversavano nei media italiani, implicitamente ironizza sulla propria natura di caratterista “checca” che solo apparentemente è stato strumentalizzato dal cinema… ma che, in realtà, ha lui stesso strumentalizzato il cinema per portarsi in scena senza vergogna alcuna, laddove milioni di gay avrebbero fatto di tutto per passare inosservati, castrando i lati più appariscenti del loro essere.

Un articolo su «Il Messaggero» del 6 agosto 1988

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