Il “cattivo maestro” che amava le formiche

Il “Caso Braibanti” e il reato di plagio

Aldo Braibanti (Fiorenzuola d’Arda, 17 settembre 1922 – Castell’Arquato, 6 aprile 2014) è stato un poeta, artista, scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, mirmecologo, partigiano e attivista antifascista italiano.

Omosessuale dichiarato (all’inizio degli anni Sessanta!), trasferitosi a Roma, Braibanti convive con il giovane Giovanni Sanfratello, la cui famiglia, cattolica, tradizionalista e nostalgica del fascismo, lo vorrebbe interdire per le sue simpatie di sinistra e la frequentazione di ambienti artistici.

Nel 1964 Ippolito Sanfratello, padre di Giovanni, denuncia Aldo Braibanti per plagio: l’accusa sostiene che l’intellettuale abbia ridotto in “schiavitù mentale” il ragazzo. I primi di novembre di quell’anno quattro uomini fanno irruzione nella pensione romana dove i due convivono e “sequestrano” Giovanni, trasferendolo prima in una clinica privata per malattie nervose di Modena, poi al manicomio di Verona, dove il giovane sarà sottoposto a un gran numero di elettroshock e a vari shock insulinici. Viene dimesso dopo 15 mesi a condizione di risiedere presso il domicilio dei genitori e con il divieto di leggere libri che abbiano meno di cento anni (sic!). Nonostante queste pressioni, il ragazzo dichiarerà di non essere stato soggiogato da Braibanti.

Intanto viene celebrato il processo, nel corso del quale il pubblico ministero arriva ad affermare: “il giovane Sanfratello era un malato, e la sua malattia aveva un nome: Aldo Braibanti, signori della Corte! Quando appare lui tutto è buio”.

La stampa di destra evidenzia un interesse morboso per la vicenda e si riferisce a Braibanti con disprezzo, con termini come “il professore”, “il mostro”, “l’omosessuale”.

Quando il 15 luglio viene pronunciata la sentenza, Braibanti viene condannato a nove anni di carcere, che si riducono a sei all’appello: due vengono scontati in carcere e due condonati perché partigiano della resistenza.

Nel corso del processo, sono molti gli intellettuali che si sentono direttamente coinvolti nella vicenda dell’intellettuale piacentino e si adoperano in sua difesa. In prima linea anche il Partito radicale e Marco Pannella, che verrà denunciato e processato per la sua strenua difesa di Braibanti, ritenuta oltraggiosa nei confronti della corte.

Nel 1969 esce per Bompiani un saggio con scritti di Alberto Moravia, Umberto Eco, Adolfo Gatti, Mario Gozzano, Cesare Musatti e Ginevra Bompiani con il titolo Sotto il nome di plagio, che condanna la finalità e l’uso politico ed intimidatorio di questo reato. Con una sentenza del 9 aprile 1981, la Corte costituzionale ha cancellato dal codice penale questo reato.

Aldo Braibanti tornato libero continua a lavorare in modo solerte come intellettuale e artista, vivendo più che modestamente. Nel 2006, grazie all’impegno di alcuni politici e al sostegno attivo di Franca Rame, ottiene il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli.

Ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Castell’Arquato, dove è morto a 91 anni per un arresto cardiaco nel 2014.

Dopo il processo e il carcere non avrebbe mai più incontrato Giovanni Sanfratello.

Abbiamo parlato del caso Braibanti nell’episodio #3 del nostro podcast. Per riascoltarlo qui:

Per approfondire:

Bibliografia:
Gabriele Ferluga, Il processo Braibanti, Silvio Zamorani editore, Torino 2003
AA.VV., Sotto il nome di plagio, Bompiani, Milano 1969
Andrea Pini, Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell’Italia di una volta, Il Saggiatore, Milano 2011

Webografia:
La voce su Aldo Braibanti su Wikipedia:
https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Braibanti
La voce su Aldo Braibanti su Wikipink:
http://www.wikipink.org/index.php/Aldo_Braibanti

Filmografia:
Il caso Braibanti, di Massimiliano Palmese e Carmen Giardina, 2020

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