Le differenze tra lesbiche e pederasti in una lettera del 1972

Particolare copertina ABC

La lettera di una giovane lesbica al settimanale «ABC» ci permette di riflettere sulla percezione sociale dell’omosessualità all’inizio degli anni Settanta

Copertina ABC

«ABC» è stata una rivista di costume, cronaca e politica presente nelle edicole italiane a partire dal 1960, riscuotendo un fortunato consenso in termini di diffusione e vendite fino ai primi anni Settanta, prima di entrare in una parabola discendente che l’avrebbe vista spegnersi con la chiusura definitiva nel 1981. 

Spesso soggetta a provvedimenti di sequestro per la temerarietà delle copertine e degli argomenti trattati nelle sue pagine, si colloca politicamente in un’area socialista e riformista – con esplicite simpatie per le lotte dei radicali – e un atteggiamento decisamente anticonformista e anticlericale.

Già negli anni Sessanta, in controtendenza con il torpore letargico del cosiddetto “comune senso del pudore” tanto caro ai censori conservatori del tempo, «ABC» offre a piene mani ai propri lettori servizi e inchieste di sapore audace che esplorano senza pregiudizi e reticenze i più inediti temi della sessualità.

Molti sono i collaboratori illustri della testata, come il giornalista e scrittore Luciano Bianciardi, il paroliere Giorgio Calabrese, il critico cinematografico Callisto Cosulich.

All’inizio del 1972, nel corso di un soggiorno milanese che si conclude nel 1974 con il rientro in Sicilia, per «ABC» lavora anche la fotografa e fotoreporter palermitana Letizia Battaglia, che firma molti articoli corredati da originali servizi fotografici.

Nel corpo redazionale della rivista milita anche la giornalista Renata Pisu, che cura una rubrica intitolata SEX S.O.S. con il nome di Cristina Leed, in cui risponde ai lettori che le pongono domande, dubbi o considerazioni su argomenti di natura intima e sessuale. Non sono poche le lettere indirizzate alla testata da persone omosessuali.

Ne abbiamo scelta una dal n. 14 del 7 aprile 1972 (la copertina nell’immagine in apertura di questo articolo) scritta da una giovane donna lesbica, che ci permette di comprendere qualcosa in più sulla percezione dell’omosessualità in quegli stessi primi anni Settanta in cui mosse i suoi passi iniziali il neonato movimento di liberazione omosessuale.

Le scrivo per esprimerle una mia impressione e per conoscere il suo giudizio in proposito. Si fa tanto parlare di omosessualità e io che sono una ragazza di ventotto anni, lesbica convinta, sono costretta a tenere nascosta questa mia tendenza quasi che fosse una cosa vergognosa. Io penso che non lo sia ma guai se alcune delle persone che frequento, specie donne, sapessero che l’amica con la quale abito è per me la persona più importante che sia al mondo: e io lo sono per lei. Insomma ci amiamo. Ma non posso dirlo a nessuno: degli uomini non mi importa molto ma anche con le altre donne devo stare sulle mie. Avevo una cara amica, sposata con due bambini, sessualmente normalissima, alla quale non avevo mai detto niente di me. Io la rispettavo e la ammiravo, però evidentemente non mi confidavo con lei. Tempo fa qualche anima cattiva è andata a dirle che io avevo gusti particolari. Il marito di questa mia amica le ha proibito di frequentarmi, lei quando le telefono si fa rifiutare. L’ho incontrata per la strada, lei ha fatto finta di non vedermi, ma io l’ho fermata per una spiegazione. Lei mi ha detto « Mi fai schifo! ». Questo suo giudizio mi ha molto addolorato, io non faccio niente di schifoso, non vado in giro in cerca di donne come fanno gli omosessuali maschi che, ho letto su di un libro, si limitano a rapporti fisici piuttosto schifosi, magari nei gabinetti, con il primo prostituto che gli capita. lo sbaglierò ma tra lesbiche e pederasti c’è una bella differenza.

Stella P. – Milano

Questa la risposta di Cristina Leed (a.k.a. Renata Pisu):

C’è e non c’è questa differenza tra omosessualità maschile e omosessualità femminile; tra lesbiche mancano quei contatti casuali puramente fisici che si ritiene comunissimi, addirittura la regola, tra omosessuali maschili. Ma anche qui non bisogna esagerare, perché questa storia dell’omosessuale maschio in cerca di avventure nei gabinetti pubblici o nelle ultime file di poltrone di qualche cinema squallido, sa tanto di denigrazione. Presentandoli così «schifosi » si esorcizza il pericolo costituito dalle loro particolari tendenze. Le lesbiche invece non sono generalmente considerate schifose se non da tipi particolarmente sensibili (e vulnerabili) come la sua amica, un’amica che è meglio perdere che trovare. Voi, care lesbiche, generalmente siete tollerate in questa società fallocrate. Un signore che conoscevo io diceva: «Per me, i pederasti tutti al muro li manderei!» ed era convinto di dire cosa giusta e sacrosanta. Una volta gli chiesi: «E le lesbiche, allora?». Quel signore, guardandomi con aria di commiserazione, mi disse: « Poverine, due donne sole, cosa vuole che facciano!». Già, come se l’omosessualità fosse soltanto una questione di fallo e non di turbamenti profondi, di emozioni, di sentimenti, di amore. Fallocrate la società in cui viviamo lo è senza dubbio, e perciò due donne sole, senza fallo, non procurano nessun danno, non ce n’è una che stupra l’altra, una che prevarica sull’altra; e mentre l’omosessuale maschio resta fallocentrico, come l’eterosessuale, la lesbica, come tutte le altre donne, non è mai vaginocentrica. Il pericolo dunque sta tutto nel fallo, ovvero nella fallocrazia. Eliminate l’idea del fallo come arma e la sessualità, omo o etero che sia, cessa di essere un’aggressione, più o meno civilmente mascherata. Tra lesbiche il sesso non è mai aggressivo, tra pederasti può esserlo, proprio come può esserlo fra un uomo e una donna. Questa mi pare la diferenza essenziale tra lesbiche e pederasti. Inutile che mi veniate a dire che ci sono lesbiche che si servono nei loro rapporti di imitazioni di falli. Non sono lesbiche vere, sono soltanto vittime inconsapevoli della fallocrazia.

Un’ultima nota. 

Per «ABC» ha lavorato – spesso come inviato – anche il giornalista e scrittore omosessuale Vittorio Pescatori, autore, tra gli altri, del romanzo La Maschia – La prima storia da una comune gay, pubblicato nel 1979 dalle Edizioni Re Nudo, in cui si narra del palazzo di via Morigi occupato nel settembre del 1976 dai COM (Collettivi omosessuali milanesi).

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